Pubblicato in: Contest

La bellezza è circolare

di DebZeblù

Questa storia partecipa al IV contest di scrittura creativa. L’autrice non ha un blog di riferimento, quindi postiamo qui il suo elaborato.

Seduta sul letto si voltò. Quell’uomo era lì. Era ancora lì. E aveva la dannata impressione che non se ne sarebbe andato tanto facilmente. Quell’uomo la amava. E lei non voleva. Ed ecco la condanna, la tortura, la maledizione: era già successo. Tutto quello era già accaduto. Proprio a loro.

Era nuda, di nuovo. Lui era nudo, di nuovo. L’incredibile libertà che si avverte nell’essere completamente spogli da qualunque tipo di indumento, paura e inibizione è inebriante, e loro lo sapevano, e lo vivevano. Ma come riuscissero tutte le volte a finire in quella condizione senza rendersene conto era un mistero per entrambi. Era come se fossero costantemente ubriachi insieme. Alcuni l’avrebbero chiamato amore. Loro si limitavano a non chiamarlo. Non sarebbero dovuti essere lì, molto semplicemente.

«E ora che facciamo?». Arrivava tutte le volte quella domanda, puntuale, da lei, mentre stava giocherellando con fili di seta intrecciati del perizoma che aveva indossato qualche ora prima. Lo sguardo basso alla lingerie le dava un’aria di rassegnazione, che anche da vestita l’avrebbe resa allo stesso modo teneramente sexy. E lui non riusciva a smettere di guardarla.

«Quello che facciamo sempre. Guardami.». La sua era un voce strana. Cambiava tono non a seconda della gravità della situazione, del messaggio da comunicare o dello stato d’animo in cui fosse; ma a seconda della lingua. Sentirlo parlare in dialetto era stato come sentir emergere la sua vera personalità, con quel tono di voce naturale e modulato, ma non falsato. Quel “guardami”, invece, suonava male. Una nota stridente in quell’irrealistico Eden post-modernista. Non era facile nemmeno guardarlo quell’uomo, il suo salvatore e la sua vittima. Lui l’aveva trascinata fuori da un baratro di solitudine, ma lui stesso era finito incastrato nella ragnatela di quella piccola donna.

«Ehi, sono qui. Guardami.». Lo ripeté e lei accennò ad alzare timidamente il viso. Lo aveva di fronte ora. I suoi minuti interminabili di fronte alla finestra, nudo, incurante di chiunque lo potesse vedere, fisso a guardare il paesaggio, assorto, fumando, erano finiti. Lo guardò dalla testa ai piedi: le pareva di conoscere la posizione esatta di ogni singolo neo del suo corpo, di quel corpo che la possedeva con una passione così travolgente che le era stato impossibile non venirne assorbita. Desiderarlo dentro di lei le veniva così naturale, anche in quel momento, in cui non avrebbe dovuto pensarci, in cui avrebbe dovuto pensare alla fidanzata di lui, alla sua amica. Già. Erano dei traditori. Erano dei meschini. Erano dei bugiardi. Erano complici. Erano amanti. E non sarebbe stato così eccitante, altrimenti. Quel ragazzo, quell’uomo, le appoggio le mani sulle cosce e sporse verso di lei, abbassandosi.

«Esistiamo ancora solo noi.»

«No che non esistiamo solo noi. E Milena?»

«Perché devi rovinare sempre tutto? Non stiamo facendo niente di male. Io vi amo entrambe.»

«Lo so, anche io vi amo entrambi.». A questa frase il ragazzo storse il naso e si risollevò. Sapeva che non stava includendo l’amica con quel pronome. Tutt’e due incastrati in un triangolo: lui innamorato di due migliori amiche, lei innamorata di due migliori amici. Ma tra loro tutto era alla luce del sole, come se in quella trasgressione tenere nascosta la perversione fosse un reato. Si desideravano e si amavano, malati del piacere e di quei baci. Ma l’uomo è territoriale, e lui sembrava non sopportare tanto bene.

«Cosa c’è? Non puoi pretendere che io sia solo tua. Siamo liberi, ricordi? Abbiamo detto “niente impegno”». Glielo puntualizzò quasi con violenza, parlando un po’ a lui, un po’ a se stessa.

«Lo so, sei ANCHE mia. Ma dimmi ancora una volta: per quel poco che ti ho, sei solo mia?» Si era di nuovo abbassato verso la sua bocca. Non voleva più rassicurarla, era tornato a desiderarla e non erano solo i suoi occhi a dirlo. Lei non rispose, ma lentamente si avvicinò alle sue labbra e spostò la mano dal suo passatempo ad un gioco più malizioso. Di lì a poco la giostra del sesso ricominciò tra quei due animali insaziabili che intrecciavano corpi e anime. Tutto tornava ancora una volta al punto di partenza. Tutto era iniziato in quella stanza e tutto continuava e si ripeteva in quella stanza, in un eterno circolo vizioso.

Quando furono di nuovo nudi, stremati, ansanti a fissarsi negli occhi, capirono: non ne sarebbero mai usciti. E il motivo era semplice: nessuno avrebbe potuto capirli meglio di quanto non facessero loro. Chi delle persone che conoscevano poteva dire di vivere una situazione simile a quella? La verità è che erano belve, codardi, spaventati dalla vita e lacerati da quello che tutti chiamano amore. Si dice che cercare l’anima gemella sia come cercare la metà di una mela. Loro non erano mele, ma il verme che si insinua nelle due metà di una mela, mangiandone prima una poi l’altra, fino a consumarle del tutto. Se ci fosse qualcosa di insano in tutto ciò nessuno di loro due se ne rendeva conto: in fondo un verme che mangia una mela è una cosa naturale. Loro erano una cosa naturale. Non è forse la natura la prima ad apparire nociva, con quell’inverno crudele e assassino per la vegetazione? Non è forse dalle carcasse degli animali morti che nascono piante e fiori? Non è forse che la natura, nella sua circolarità ristabilisce tutto?

Perché in fondo la regola aurea è una sola: la bellezza è circolare. E loro lo sapevano.

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